convegno

Lavoro, Territorio, Comunità: terminato il convegno e la fiera Expotraining 2025

C’è un filo che attraversa tutte le voci della tavola rotonda promossa da Mestieri Lombardia nel corso del convegno "Lavoro, Territorio, Comunità": l’urgenza di passare dalla “rete” all’“ecosistema”. Non un gioco di parole, ma un cambio di postura: smettere di immaginare nodi che si legano e sciolgono a progetto, e iniziare a curare habitat stabili fatti di relazioni, regole condivise, investimenti e competenze che si autorigenerano nel tempo. È un invito esigente a riformare pratiche, strumenti e metriche delle politiche attive del lavoro con uno sguardo che tenga insieme fragilità e impresa, prossimità e innovazione, diritti e sostenibilità.

Qualità dell’inserimento: presa in carico continua e ambienti di lavoro inclusivi

A inaugurare la discussione è la prospettiva di Regione Lombardia (con Monica Mussetti), che colloca la “qualità” al centro dell’inserimento lavorativo: qualità come presa in carico multidimensionale e personalizzata, e qualità come miglioramento degli ambienti di lavoro in cui le persone approdano. La presa in carico “a 360 gradi” non si esaurisce all’assunzione: accompagna il progetto di vita nel tempo, riconoscendo che stabilità e benessere dipendono anche da salute, relazioni, mobilità, abitazione. Su questo sfondo, la Regione cita il “Modello di lavoro inclusivo”, prassi nazionale che oggi viene incentivata con un bando dedicato: un terzo dei 90 progetti presentati riguarda imprese cooperative del Terzo settore, a conferma di un protagonismo che non è solo “sbocco” occupazionale, ma anche responsabilità culturale verso le aziende del territorio.

La qualità, dunque, è un esito che si costruisce prima, durante e dopo il “contratto”, con una regia che metta al centro i servizi per il lavoro e li colleghi in modo strutturale a formazione, servizi sociali e mondo produttivo. È, in altre parole, un lavoro di ecosistema.

Territori e comunità come “piccoli ecosistemi”: governance e condizionalità che non escludono

Dal livello regionale ci si sposta a quello provinciale, con l’esperienza di Bergamo (Elisabetta Donati). Qui il collocamento mirato è organizzato attraverso tavoli territoriali multidimensionali che riuniscono ambiti, Terzo settore, servizi socio-sanitari. L’innovazione, tuttavia, non è solo di “forma”. Richiamando il concept del convegno, la Provincia sottolinea la necessità di non trasformare la condizionalità (tipica dei sistemi “welfare-to-work”) in ulteriore fattore di esclusione, soprattutto quando gli ostacoli di partenza sono più alti. L’azione pubblica – è la tesi – deve saper tenere insieme responsabilità individuale e responsabilità comunitaria, evitando eccessi di targetizzazione e moltiplicazione di etichette che frammentano risposte e risorse.

Dentro questa cornice, a Bergamo si sperimentano vie complementari alla sola “assunzione/tirocinio”: laboratori socio-occupazionali, formazione on the job, “academy” e perfino un car-pooling solidale per persone con disabilità. Segnali concreti di un’idea semplice: l’occupabilità cresce quando l’ecosistema rimuove barriere di contesto, non solo quando “spinge” la persona.

Piani di Zona come infrastruttura di continuità: il caso Cremona

Cremona (Francesca Ramazzotti) racconta un altro pezzo del medesimo puzzle: l’“équipe di sistema” nata in progetto e stabilizzata oltre il progetto grazie a un protocollo sottoscritto da Comune, Azienda sociale, Provincia/centri per l’impiego e realtà del Terzo settore. Non una cabina episodica, ma uno spazio permanente dove segnalazioni, valutazioni e piani personalizzati circolano e maturano in modo condiviso. La stabilizzazione istituzionale è la condizione per trasformare i bandi in “benzina” di continuità, non viceversa. Tra le priorità: donne in uscita dalla violenza, giovani NEET, persone con disabilità, soggetti con misure dell’autorità giudiziaria. L’obiettivo è far evolvere la sperimentazione in “abitudine organizzativa” e cultura comune di presa in carico.

La cooperazione come “leva di sviluppo”: protagonismo, capillarità, legami

La voce della cooperazione sociale – qui rappresentata da Confcooperative Lombardia (Francesca Paini) e dal Consorzio nazionale CGM (Giusi Biaggi) – rivendica un ruolo che trascende l’erogazione di servizi: costruire inclusione è missione e mestiere, l’impresa cooperativa è il “come” di una scelta valoriale. Emblematico il progetto bresciano su giovani e lavoro: sei ambiti, sessanta cooperative, decine di enti, imprese e Comuni. Non si parte da un bando, ma da un bisogno politico e territoriale; i bandi seguiranno per alimentare un percorso che nasce “dal basso”. È anche un cambio lessicale: non “integrazione dei servizi”, ma “integrazione di risorse”, economiche e relazionali, che restano nelle comunità.

La capillarità diventa così antidoto alla solitudine che alimenta vulnerabilità e marginalità. Mettere “al centro le connessioni” – non l’individuo isolato – è il passaggio culturale che consente a persone con meno mezzi culturali, economici e sociali di muoversi nel sistema. In questo quadro, le cooperative A+B e le esperienze cross-settoriali (dalla longevità al turismo inclusivo, fino alla rigenerazione di borghi) raccontano una cooperazione capace di cambiare pelle per rispondere alle sfide dei territori, senza perdere identità.

Quando l’inclusione cambia anche l’impresa: la lezione di Panino Giusto

“Non facciamo inclusione perché manca personale: la facciamo perché è giusto e parte del nostro modello di business.” La testimonianza aziendale di Gaia Rubino di Panino Giusto (società benefit dal 2020) sposta l’asse da “emergenza” a “creazione di valore”. Il progetto “Cucinare per Ricominciare”, nato nel 2016 per giovani migranti e rifugiati e poi allargato, combina formazione (lingua, cultura del lavoro, competenze tecniche), tirocini e inserimenti, ma soprattutto una collaborazione organica con enti educativi e Terzo settore per garantire presa in carico e accompagnamento. L’inserimento non è la fine del percorso: è l’inizio di una responsabilità condivisa nel tempo.

Il “percorso 4” di GOL: l’occasione mancata e come recuperarla

C’è un passaggio autocritico che invita a imparare dagli errori. Elena Danese (Cesvip Lombardia) parla del “percorso 4” del Programma GOL come della “storia più triste”: sulla carta, la presa in carico integrata che tutti invochiamo; nella realtà, l’incapacità di “fare squadra” fra lavoro, sociale, sanità, casa, giustizia, pari opportunità. Il risultato sono inserimenti fragili, contratti precari e, soprattutto, imprese lasciate sole con problemi extra-lavorativi che non possono farsi carico. Due le mosse proposte: 1) onboarding specialistico con figure qualificate che accompagnino persona e azienda nei primi mesi; 2) gestione extra-lavorativa in capo al sistema territoriale, perché nessuna PMI può surrogare funzioni sociali. Ma serve un “regista” riconosciuto e legittimato a coordinare risorse, ruoli e budget.

Ribaltare il tavolo: tornare ai presupposti (fiducia, persona-in-relazione)

La restituzione di Simone Cerlini (Afol Metropolitana) va al cuore: abbiamo perso i presupposti. La Dote – fin dalla sua genesi – ha talvolta travisato “centralità della persona” come centralità dell’individuo-consumatore e “servizio” come prestazione standard, costruendo un “quasi-mercato” che non è mercato: stesso prodotto, stesso prezzo, poca innovazione. In un sistema così, chi è a profitto cerca margini comprimendo parametri; chi è non profit rischia di adattarsi alla liturgia delle ore (rendicontative) a scapito della relazione. La rivoluzione proposta è arendtiana: tornare al punto di partenza, ai presupposti della persona-in-relazione e dell’“antropologia positiva” (fiducia), riconoscendo che l’unità di misura non è l’“unità statistica” ma la biografia che cambia dentro legami vivi.

Semplificare per liberare tempo buono (di Stefano Radaelli)

Anche Stefano Radaelli (Mestieri Lombardia) marca un punto operativo: se gli operatori passano più tempo sui portali che con le persone, l’ecosistema si impoverisce. Servono semplificazioni tecnologiche e amministrative (un’unica porta, attribuzione automatica delle fonti di spesa, interoperabilità), criteri premiali che valorizzino chi condivide risorse e genera “lavoro di qualità”, e – soprattutto – continuità: non si vive di soli bandi, lettere di supporto e coprogettazioni estemporanee. Occorrono alleanze che mettano a fattor comune professioni, motivazioni, tecnologie, finanza, per moltiplicare l’impatto di risorse che sono – pubbliche o filantropiche – comunque “nostre”.

Biodiversità come garanzia anti-collasso

Un ultimo monito, mutuato dagli ecosistemi naturali: si collassa quando si perde biodiversità. Tradotto: se gli ecosistemi sociali e del lavoro si omologano (stesse procedure, stesse metriche, stessi ruoli), accelerano verso il punto di non ritorno. Biodiversità qui significa pluralità di attori (pubblici, privati, non profit), strumenti (contratti, TIS, academy, laboratori), target (non etichette rigide, ma persone e traiettorie), soluzioni (dall’abitare ai trasporti solidali), linguaggi (manageriali e sociali che si parlano). È un’agenda politica prima che tecnica.

Digitale: opportunità e ambivalenze

Nel lavoro fatto a Bergamo emerge l’“ambivalenza” del digitale: piattaforme diverse per gestire inclusione e percorsi rischiano di moltiplicare oneri, ma sono anche leva di trasparenza, dati e scalabilità se progettate intorno all’utente e all’operatore. La soluzione non è “più tecnologia”, bensì tecnologia che connette – e non separa – lavoro, sociale, formazione, sanità, giustizia; che automatizza il parcellare per liberare tempo di relazione; che misuri impatti reali, non solo adempimenti.

Cambiare lenti valutative

Se l’inclusione produce apprendimento organizzativo nelle imprese e capitale relazionale nei territori, la sola analisi costi-benefici è miope. Servono lenti che leggano valore generato in continuità (tenuta occupazionale, qualità del clima, riduzione turn-over, sicurezza, salute), spillover territoriali (mobilità, abitazione, reti informali) e capacità delle governance di far “durare” le innovazioni oltre il finanziamento. È una richiesta corale uscita dal panel: misurare ciò che conta, per finanziare ciò che funziona.

Conclusione: dal “come” al “qui e ora”

Il panel si chiude con una sintesi nitida: la complessità delle vite non si riduce a check-list di adempimenti. Per questo occorre “ribaltare il tavolo” – semplificare, fidarsi, cooperare – e riconoscere che l’esito occupazionale è una tappa dentro un progetto di vita. Gli ecosistemi funzionano quando alcuni attori hanno il coraggio di avviare la governance e poi fare un passo indietro, lasciando spazio alla partecipazione degli altri. E funzionano quando l’impresa vede nell’inclusione non una toppa all’emergenza, ma un investimento di senso e di produttività.

Se vogliamo davvero “non perdere biodiversità”, la sfida non è scrivere l’ennesimo bando: è imparare a far durare ciò che i bandi migliori fanno nascere.

 

Scopri l'immagine ispirata al convegno --> Cartolina: Ecosistemi per l'inclusione

Consulta il linktree dell'evento --> Linktree Mestieri Lombardia - Convegno25